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Breve storia

Nell’autunno del 1994 dei detenuti e dei volontari costituiscono la Cooperativa Sociale Rio Terà dei Pensieri.
Essa ha avuto due fondatori, uno da una parte e uno dall’altra del tavolo del parlatorio del carcere, ed è cresciuta grazie alla disponibilità di altri amici di dare una mano, di realizzare una “misura alternativa alla cella” e che evitasse ai ristretti lo “stare in branda”.
Nel costituirsi in Cooperativa è stata fatta una “scelta pauperistica”: nessun ufficio, nessuna segretaria, solo un cellulare, la contabilità “in chiaro”, e tanta voglia di lavorare, di “sporcarsi le mani”, silenziosamente, sei giorni su sette e cominciando –contrariamente ai consigli della Direzione di allora- dal carcere più “difficile”, la Casa Circondariale S.Maria Maggiore, dove –di fatto- quasi nulla esisteva e la gente stava, e sta, chiusa in cella 20-22 ore su 24.
Conoscendo i diversi “benefici” (ovvero le misure alternative alla detenzione) di cui può godere una persona ristretta, è stato scelto il beneficio più piccolo, quello meno appariscente: non restare chiusi in cella! Ovvio che è giusto anche ragionare in grande e parlare di alternativa al carcere e di reintegrazione nella società… ma intanto le celle sono comunque sempre sovraffollate e anche stare in un laboratorio a fare qualcosa (nel senso di imparare qualcosa di nuovo, fare un lavoro vero, e scambiare quattro chiacchiere) è una boccata di ossigeno, un momento di umanità.
Le attività si sono quindi sviluppate nel corso degli anni, attorno a due fulcri principali e fondamentali: la formazione professionale e la produzione di manufatti.
In questi anni anche la struttura della Cooperativa ha dovuto adeguarsi gradualmente all’incremento delle attività. Adesso esiste un ufficio e del personale assunto seppure riteniamo ancora indispensabile il contributo del lavoro volontario.
Essa ha avuto due fondatori, uno da una parte e uno dall’altra del tavolo del parlatorio del carcere, ed è cresciuta grazie alla disponibilità di altri amici di dare una mano, di realizzare una “misura alternativa alla cella” e che evitasse ai ristretti lo “stare in branda”.
Nel costituirsi in Cooperativa è stata fatta una “scelta pauperistica”: nessun ufficio, nessuna segretaria, solo un cellulare, la contabilità “in chiaro”, e tanta voglia di lavorare, di “sporcarsi le mani”, silenziosamente, sei giorni su sette e cominciando –contrariamente ai consigli della Direzione di allora- dal carcere più “difficile”, la Casa Circondariale S.Maria Maggiore, dove –di fatto- quasi nulla esisteva e la gente stava, e sta, chiusa in cella 20-22 ore su 24.
Conoscendo i diversi “benefici” (ovvero le misure alternative alla detenzione) di cui può godere una persona ristretta, è stato scelto il beneficio più piccolo, quello meno appariscente: non restare chiusi in cella! Ovvio che è giusto anche ragionare in grande e parlare di alternativa al carcere e di reintegrazione nella società… ma intanto le celle sono comunque sempre sovraffollate e anche stare in un laboratorio a fare qualcosa (nel senso di imparare qualcosa di nuovo, fare un lavoro vero, e scambiare quattro chiacchiere) è una boccata di ossigeno, un momento di umanità.
Le attività si sono quindi sviluppate nel corso degli anni, attorno a due fulcri principali e fondamentali: la formazione professionale e la produzione di manufatti.
In questi anni anche la struttura della Cooperativa ha dovuto adeguarsi gradualmente all’incremento delle attività. Adesso esiste un ufficio e del personale assunto seppure riteniamo ancora indispensabile il contributo del lavoro volontario.