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``In laboratorio con molta pazienza sono riusciti a farmi tornare il sorriso.``

Casa di Reclusione della Giudecca
Laboratorio di cosmetica

Venezia
8.11.2010

In carcere ho trascorso due anni e sette mesi; sono uscita circa cinque mesi fa… Il primo periodo del carcere è stato allucinante perché ero un vegetale. Ero a letto, non volevo accettare quello che avevo fatto o che non avevo fatto. Comunque ti trovi a pagare delle cose che non hai fatto… Dopo sette mesi parlando con una ragazza che lavorava nel laboratorio di cosmetica, ho frequentato il corso e dopo tre mesi ho iniziato a lavorare nel laboratorio di cosmetica della cooperativa Rio Terà dei Pensieri.

Ho conosciuto Vania, Elena e Didi, che passo dopo passo sono riuscite a farmi accettare la realtà, che lì ero e lì dovevo stare. La voglia di incominciare ad essere più attiva l’ho avuta per cercare di far star meno male i miei, perché all’inizio pensavo solo a me, quindi stavo male io e di conseguenza stava male mia mamma, mio papà e chi mi vedeva; perché sono dimagrita otto chili nel giro di un mese. Non mangiavo, non uscivo dalla stanza… Fumavo e basta. Parlando appunto con questa ragazza che mi ha detto: “Dai, almeno fai qualcosa! Per due ore hai la testa da un’altra parte…”. Ho detto: “Va bene, ci provo. Proviamoci.”

Ho fatto questi tre mesi, il corso non era ancora finito quando hanno visto che me la sapevo cavare e direttamente mi hanno messa in laboratorio. In laboratorio, piano piano, con molta pazienza sono riusciti a farmi tornare il sorriso, perché è un posto bello all’interno del carcere. Nel laboratorio c’è più armonia perché sei al di fuori, non vedi agenti perché per entrare a lavorare nel laboratorio di cosmetica hai un Art. 21 interno. Quindi lì, gli agenti ti aprono il blindo e poi dentro non li vedi, quindi stai a contatto con Vania e le altre ragazze che lavorano sia in orto che il laboratorio. Era già un impatto diverso. Sapere che io mi giro da una parte e vedo un agente, mi giro dall’altra e vedo chi mi sta qua… Ho detto: “Ci provo.” É arrivato il direttore tecnico, che sarebbe quello che ci ha fatto fare il corso e da lì ha iniziato a renderci autonome a fare un prodotto. Lezione dopo lezione, prima c’era lui che controllava qualsiasi movimento. Poi piano piano sono riuscita a fare un prodotto, controllare la viscosità, il PH, fare le modifiche.

Sono riuscita a fare un prodotto intero da sola. Quindi lì ho detto: “Volendo, qualcosa di buono riesco a farlo!”. Da lì ho detto: “Riesco a fare qualcosa, riesco a sentirmi meglio, riesco ad andare avanti da sola”, senza nessuno che mi sta dietro… E da lì piano piano ho lavorato un anno e mezzo. Mi hanno fatto un contratto, avevo uno stipendio, riuscivo a mettere via soldi, quello che non avevo mai fatto prima in diciannove anni. Abbiamo fatto un contratto, una media di quatto ore la mattina. Sette ore al giorno per star fuori dall’ambiente carcerario. Poi ho detto: “Piano piano ce la faccio. Ormai ho affrontato il più, perché due anni e sette mesi son tanti.”. Avevo la pena di quattro anni e cinque mesi. Ogni sei mesi hai la liberazione anticipata. Se ti comporti bene hai quarantacinque giorni di liberazione anticipata. Li ho presi tutti. Adesso è dal 12 maggio che sono fuori, se tutto va bene per aprile dovrei finire.

Una volta uscita, sono uscita grazie alla cooperativa. Grazie alla cooperativa perché mi hanno trovato un lavoro, un alloggio, dove pago 150 euro al mese compreso tutto. É un appartamento con altre due ragazze che erano sempre in carcere. È una casa di passaggio per ragazze che erano dentro e che lavorano. Mi hanno fatto un contratto per lavorare in ufficio perché non era ancora aperto il negozio. Ho lavorato lì per tre mesi, poi è stato aperto un negozio e adesso sono qua.

Sto cercando casa col mio moroso. Una cosa di buono il carcere l’ha fatta perché l’ho conosciuto là, quindi. Ogni giovedì mattina c’è un banchetto alla Giudecca delle ragazze che lavorano in orto e cosmetica, escono per tre ore e vendono i prodotti. Io l’ho conosciuto lì. Guarda, non ti dico la sensazione di mettere piede fuori dal carcere. All’inizio vedevo tutto annebbiato, mi girava la testa. Ho detto: “Io rientro. Non ne voglio sapere, io rientro.” Poi ci sono gli ampliamenti dell’Art. 21, che sarebbe quando la cooperativa fa dei banchetti. Certe ragazze, che sono nei termini escono a vendere i prodotti. Io sono uscita per la prima volta il 24 novembre 2009. Per la prima volta non vedevo il carcere a fianco a me e lì: “No, non esiste….”. Mi hanno spinta fuori perché mi ero aggrappata al blindo. Non volevo uscire. Ma assolutamente. Ho detto: “No no… non è per me!”. Poi piano piano ti abitui. Sai che però la sera devi tornare e questa è la parte peggiore perché gli agenti ti perquisiscono. Poi dopo, a metà pena, ci sono anche dei permessi per andare dalle suore in Piazzale Roma. C’è questa casetta dove sopra abitano le suore e sotto ci danno il permesso di stare lì. Magari per la prima volta passi dodici ore fuori. Del tipo: devi stare dentro casa, però possono venire i parenti. Poi chi è più fortunato riesce ad andare a casa, quello che io non riesco a fare… Però va beh, non importa…

Opportunità ce ne sono parecchie, bisogna saperle sfruttare, però ringrazio la cooperativa. Mi ha salvata ma veramente salvata. Purtroppo quando fai determinate cose non ti rendi conto di quello che puoi causare agli altri. Una volta che devi pagare… poi… Io adesso dico: “Ringrazio Dio che mi abbiano fermato. Ringrazio di essere andata in carcere…”. É una roba brutta da dire… Però ringrazio perché mi hanno fermata in tempo, perché se andavo avanti non so… La mia famiglia sarebbe stata distrutta perché ero diventata una cosa allucinante, ingestibile. Adesso che sono uscita ed ho trovato un lavoro, ad esempio, anche il rapporto con mia mamma c’è. Adesso posso dire che il rapporto madre e figlia esiste. Ho perso parecchio tempo… Ma proprio tanto… Le persone che riescono ad entrare in laboratorio hanno la volontà di cambiare, perché ti fanno sentire una persona.

Sono stata fortunata a trovare la cooperativa, perché al di fuori se non voglio dirti che sono stata in carcere, non posso, te lo devo dire per forza perché ho la multa da pagare e il datore di lavoro si deve responsabilizzare per la persona che assume! Spero di continuare a lavorare per loro, trovarmi una casa… . Farmi una famiglia!

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La cooperativa utilizza materiali in PVC per sviluppare i propri modelli, nel rispetto dell’ambiente e garantendo un manufatto coerente nella filiera di eticità ed ecosostenibilità.

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Il nostro marchio Rio Terà dei Pensieri propone una linea di prodotti tradizionali come saponette e sali profumati, una linea naturale e una linea biologica certificata.

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Realizziamo stampe su tessuto per personalizzare capi d’abbigliamento, accessori e gadget di cortesia, con servizi adattabili a qualsiasi esigenza e richiesta da parte del cliente.

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Lavoriamo seimila metri quadrati di terra, con il metodo dell’agricoltura biologica, da cui ricaviamo verdura di stagione e molte delle essenze utilizzate nel laboratorio di cosmetica.

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